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Balbuzie  os...cura
Esercizio di lettura in pubblico

Esercizio di lettura in pubblico alla ricerca
di una buona “ecologia della comunicazione”

    Un fenomeno così estremamente variabile quale è la balbuzie non si lascia “ridurre” a una definizione: comportamento appreso, disturbo della coordinazione pensiero-parola, disturbo motorio, disturbo affettivo dovuto a gelosia, invidia, rabbia repressa. Se poi consideriamo le tante variabili di sesso, lateralità, familiarità, ne viene fuori una realtà estremamente complessa.
    C’è però un denominatore comune, come riconoscono gli esperti di tutte le scuole ed è la componente emotiva riscontrata in quasi tutti coloro che balbettano. Se per esempio parlano ad alta voce, sicuri di non essere ascoltati, parlano bene. Dunque la presenza di qualcuno che guarda, ascolta e giudica ha il potere di cambiare le cose.
    I comportamenti emotivi e verbali del balbuziente variano a seconda della situazione relazionale. Oggi si parla tanto di ecologia. Vi è anche un’ecologia della comunicazione e il disagio del balbuziente, nella vita di relazione, dimostra l’importanza delle tonalità affettive nei rapporti sociali.
    La “lingua del balbuziente” può presentarsi in più forme come si può evincere dalle due definizioni/descrizioni che seguono:
«La balbuzie è un disordine nel ritmo della parola per cui il paziente sa cosa vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo a causa di arresti, ripetizioni e/o prolungamenti di un suono che hanno carattere di involontarietà» (OMS 1977).
«La balbuzie... ha natura intermittente e multidimensionale, poiché appare condizionata da variabili di natura socioculturale, psicologica, fisiologica e genetica, e come tale può essere descritta a molteplici livelli (...).
  La definizione e la diagnosi tradizionali di balbuzie si basano sulla rilevazione uditiva e valutazione qualitativa delle disfluenze, che per numero, tipo, durata e posizione sono giudicate anomale e qualificano chi le produce come balbuziente.
  Molti studi che seguono questa impostazione si sforzano di individuare i loci dell’enunciato balbettato associati con l’occorrenza delle disfluenze e di spiegare questi pattern distribuzionali invocando le stesse malfunzioni dei processi mentali che nei parlanti normali generano lapsus e disfluenze (...). Il loro difetto principale è l’esclusiva attenzione alle disfluenze, che qualificano il parlato come “discontinuo”.
  Ma la fluenza è multidimensionale e un parlato fluente oltre ad essere privo di discontinuità sarà anche prodotto con una scansione ritmica regolare, in modo rapido e senza eccessivo sforzo sia fisico che mentale (...). Infatti è ben conosciuto in letteratura il caso di balbuzienti che non presentano disfluenze (...). Questi soggetti sono affetti da “cover/subperceptual stuttering” e avvertono spesso nel parlare livelli eccessivi di sforzo muscolare e “tensione” cognitiva che possono sfuggire all’occhio e all’orecchio del clinico» (C. Zmarich 1999) - v. pag. 223 del libro LA BALBUZIE di F. Murray (RED Edizioni - Milano 2003), pubblicazione curata dall’Associazione Italiana per la Balbuzie e la Comunicazione (www.balbuzie.it) e il Centro Punto Parola.
    Ciò che si è detto finora fa capire quanto la balbuzie sia ancora una patologia oscura a causa dei dubbi (tanti!) irrisolti.
    Ma oscura ha un’etimologia nel nostro caso interessante: os in latino vuol dire bocca e cura significa preoccupazione, timore. Il balbuziente sarebbe dunque colui che ha paura di quanto può accadere nella sua bocca.
    La balbuzie, tuttavia, non ha impedito a tante persone di affermarsi. Anzi proprio la loro condizione ambivalente - fastidiosa e pungolante allo stesso tempo - li ha spinti in qualche modo ad osare nei vari campi dell’attività umana. Basti pensare, tra i tanti, a Mosè, Demostene, Cicerone, Manzoni, Pio XII, Churchill.
    Per il balbuziente che pensa di non sapere o non poter parlare la linguadegli uomini liberi e degni, c’è di che riflettere.
 



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