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Il balbuziente, uno straniero
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Un gruppo di lavoro
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In italiano si dice balbuziente, che viene dal latino balbus, che viene dal greco barbaros. Chi era il barbaro per i greci? Era colui che parlava unaltra lingua, dunque uno straniero. E questo purtroppo è drammaticamente attuale nel caso del balbuziente.
Per la gente, anche oggi, chi balbetta è uno che parla unaltra lingua. Infatti suscita reazioni che vanno dal riso allistinto di aiutarlo o di sostituirsi a lui. Raramente egli trova chi lo ascolta serenamente, nellambito di un rapporto aperto e rispettoso.
È un problema, il suo, che lo rende straniero nella terra degli uomini. In un parola egli si sente diverso. Non è proprio così
allinizio, quando la balbuzie insorge, mediamente intorno ai 32 mesi, quando cioè le abilità linguistiche, cognitive e motorie
del bambino sono interessate da un rapido processo di maturazione e sviluppo, e vi è una comparsa virtuale di nuovi casi dopo i 12 anni
(Fenselfeld 1997; Yairi e Ambrose 1999, riportati da Zmarich 2003). Crescendo e dovendo rispondere alle sollecitazioni di una vita sociale sempre più complessa, il balbuziente prende coscienza del suo disturbo. Non si sente allaltezza di certe richieste e aspettative, per cui mette spesso in atto una condotta di fuga, di evitamento, di rinvio, di delega... Si rende conto allora della differenza, anche se in certe situazioni si dimostra capace come gli altri, se non di più.
Di tutto ciò egli ne fa motivo di tormento, colpa, vergogna. Spesso anche la società - famiglia, scuola, lavoro, servizio sanitario - ha le sue responsabilità. Qualcuno lo ha espresso testimoniando con amarezza: Il nostro disturbo ci ha spesso
umiliato profondamente, ci ha relegato in un ruolo patetico o grottesco, ci ha inibito nei rapporti sociali condizionando non di rado ogni relazione
con il mondo esterno, ci ha costretto a volte allautoemarginazione. Purtroppo la balbuzie è uno di quei mali che feriscono sottilmente ma in
modo penetrante, anche perché la scienza ufficiale non ne conosce la genesi (in altre parole non ne sa niente); sui volti della gente poi
cè sempre un misto di pietà, di imbarazzo o di divertita ironia nellascoltare il balbuziente, il quale non ha così cittadinanza
tra i normali e neppure la dignità dei disabili: figli di un dio minore, per di più senza riconoscimenti o benefici di legge. Per
le persone oltre i 18 anni il Servizio Sanitario Nazionale non attua infatti alcuna assistenza terapeutica specifica né rimborsi per corsi di
rieducazione privati. Chi balbetta è idoneo per il servizio di leva, ma rifiutato per la carriera militare; escluso in partenza in concorsi
pubblici nel cui bando si cita esplicitamente la balbuzie come elemento discriminante....
Cosa fare? Noi del Centro Punto Parola di Roma - prevenzione, cura, ricerche e formazione - organizziamo conferenze e incontri informativi per sensibilizzare genitori, insegnanti, medici nonché corsi per bambini, adolescenti e adulti.
Gli esperti del Centro vantano una esperienza di circa 30 anni, ma soprattutto sono dei testimoni diretti, avendo vissuto il problema in prima persona.
Il balbuziente che si porta nellanima la nostalgia della terra perduta e tanta voglia di riconquistarla divenendone cittadino a pieno titolo, nei corsi proposti ha un punto di riferimento qualificato e su misura. Il programma terapeutico, infatti, grazie a una felice combinazione di tecniche, mira allo stesso tempo alla sicurizzazione interiore e alla fluenza verbale. E noto infatti che la balbuzie è linsieme di blocco fonico, tensione emotiva e ansia sociale.
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